Riflessi di Luce – Petali di Oscurità

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    Anonimo

    Note dell’autrice: salve a tutte/i. Come ho scritto nella mia presentazione, io sono più una scrittrice che una disegnatrice, infatti volevo “deliziarvi” (anzi, disgustarvi, XP) con una delle mie opere, scritte appositamente per essere pubblicate QUI. Mi sono permessa di fare uno spin-off del manga “Riflessi di Luce” della nostra Giada-chan, perché mi ha ispirata. E la vicenda si verifica un anno prima degli eventi descritti nel manga, in cui la nostra cara Luce aveva già incontrato una persona che le avrebbe cambiato la vita…

    Ergo, l’unico requisito richiesto per leggere questa storia è aver letto “Riflessi di Luce”. (vi chiedo scusa se è scritto male e frettoloso)

     

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    <p style=”text-align: center;”>Se una persona ci minaccia, cosa dobbiamo fare? Subire o agire? Se subiamo attiriamo altro male, ma lo stesso si verifica se agiamo. Sarebbe meglio se il bullismo non esistesse affatto. Tuttavia, non possiamo permettere che certa gente la passi liscia…</p>
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    RATING: VERDE

    GENERE: Generale, Introspettivo, Sovrannaturale

    AVVERTENZE: nessuna

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    <p style=”text-align: center;”>Riflessi di Luce – Petali di Oscurità</p>
    <p style=”text-align: center;”>Cap.I</p>
     

    Essere seduti vicini alla finestra potrebbe essere fonte di distrazione, durante una lezione.

    Ma non per Luce Viola. Lei ascoltava la lezione e, nello stesso tempo, osservava fuori dalla finestra, immergendosi nei suoi pensieri.

    Si sistemò gli occhiali a montatura spessa, dando l’idea di vedere meglio le forme delle nuvole sul cielo azzurro.

    Quel giorno, la lezione iniziò leggermente più tardi del solito.

    Il professore di italiano invitò gli alunni ad alzarsi in piedi.

    -Da oggi avremo con noi una nuova alunna.- annunciò, prima di osservare fuori dalla porta –Puoi entrare.-

    Nella classe 4B del liceo linguistico di Lecco entrò una ragazza. Era vestita in modo bizzarro, almeno per Luce: anfibi neri lunghi fino al ginocchio, calze a rete strappate, pantaloncini di jeans lunghi fino a quasi metà coscia, camicia larga e sbottonata fino al petto, su cui era appuntata una spilla a forma di rosa nera, e un basco sulla testa. I lunghi capelli neri erano raccolti in una treccia laterale, con dei ciuffi che cadevano sui contorni del volto, e gli occhi scuri erano contornati con uno strato spesso di matita nera sfumata, che le donavano uno sguardo ancora più tetro di quanto non avesse già. Anche le unghie erano laccate di nero. Portava un borsone nero a tracolla, con una rosa bianca disegnata sopra.

    Il nero del suo abbigliamento staccava di netto con la carnagione chiara.

    Alcune ragazze cominciarono a parlare tra di loro, probabilmente facendo commenti acidi nei confronti della nuova arrivata, magari invidiose del suo look, mentre i ragazzi la osservavano chi con aria da marpione, chi arrossiva e cercava di non incrociare il suo sguardo caldo e gelido nello stesso momento.

    -Lei è Rosa Oscura.- spiegò il professore –Viene da Firenze, ma si è trasferita qui da poco tempo. Rosa, vuoi parlarci di te?-

    La ragazza osservò i presenti con aria infastidita, dando come l’impressione di essere in ciascun luogo, tranne che lì.

    -Niente da dire.- disse, fredda.

    Il professore si sentì leggermente in imbarazzo, con quella frase. Si guardò intorno alla classe, cercando qualcosa.

    -Allora… prego, prendi pure posto. Là, accanto a Viola.-

    La citata si girò alla sua destra: il banco accanto al suo, infatti, era vuoto. A nessuno piaceva averla come compagna di banco.

    Gli sguardi delle due ragazze si incrociarono. Rosa strizzò lievemente gli occhi e accennò un sorriso.

    Luce sentì come un brivido sulla sua schiena, e il suo cuore sussultò: incuteva timore.

    E quel timore aumentò mano a mano che si avvicinava.

    Sentì persino le compagne dei posti di fronte commentare, acide: -Ecco un’altra disadattata…-

    Dovette lottare contro la tentazione di spostarsi persino con il banco, quando Rosa si sedette.

    Invece, si limitò a pensare, con aria disgustata: “Ecco un’altra che punta alla perfezione… E poi… Rosa Oscura… sembra il nome di un personaggio di un romanzo dell’Ottocento…”

    Sentì un odore strano provenire da lei: rosa. Un leggero odore di rosa. Ma non pungente, anzi.

    Lo trovò quasi gradevole.

    Rosa non disse una parola durante la lezione di italiano. Ogni tanto rivolgeva degli sguardi sfuggenti a Luce, mentre era impegnata a seguire la spiegazione, senza la minima distrazione.

    Ma ciò che fece stupire la ragazza occhialuta era il suo silenzio, la sua concentrazione e il suo interesse alla lezione: non era come le altre ragazze, che si distraevano continuamente chattando con lo smartphone, nemmeno cercava di tenere una conversazione.

    Era di poche parole, come lei.

    Ovviamente, non le passò in testa di renderla sua amica. Stava bene da sola e anche Rosa dava l’idea di essere una fiera solitaria.

    -E per domani ricordatevi di leggere “Dialogo della Natura e un Islandese”.- concluse il professore, prima di uscire dall’aula -Domani interrogo su Leopardi.-

    Vi furono degli sbuffi di disapprovazione, nella classe.

    -Che palle, e io che volevo andare al bowling, stasera…- borbottò un ragazzo dietro alle due ragazze more.

    Rosa non aveva ancora detto una parola.

    Altrettanto silenziosamente si era chinata sul suo borsone, cercando qualcosa: estrasse un pacchetto aperto di orsetti gommosi della Haribo, prendendone uno verde e mettendoselo in bocca.

    Gli orsetti gommosi… erano rari i momenti in cui Luce poteva concedersi di comprare le caramelle gommose. Da dietro i vetri spessi dei suoi occhiali, contemplava il sacchettino dorato, pieno di piccoli orsetti colorati, mordendosi di nascosto le labbra.

    Gli occhi scuri della sua compagna di banco conversero su di lei, facendola lievemente sussultare.

    Si osservarono di nuovo, incrociando i loro sguardi.

    Luce si aspettava che Rosa riponesse il sacchetto nella borsa, con aria disgustata e critica nei suoi confronti: invece, le fu porto.

    La ragazza non sorrise, nemmeno disse: -Prego, prendine pure uno…-

    Glielo stava come comunicando telepaticamente.

    Un po’ sul chi vive, Luce ne pescò uno, ringraziando con un cenno del capo.

    Quando qualcuno portava delle caramelle in classe, Luce veniva sempre respinta.

    -No, altrimenti ingrassi.-

    -No, altrimenti ti arriva troppo zucchero al cervello e il tuo quoziente intellettivo diminuisce.-

    -Non ci penso nemmeno a darti le mie caramelle!-

    Queste erano alcune delle frasi che era solita ascoltare.

    Finalmente aveva l’occasione di mangiarne una; la mise in bocca: era alla fragola.

    Era tentata di chiederne un altro, ma il sacchetto era sparito, e poi temeva un altro rifiuto.

    Soprattutto, era entrata la professoressa di matematica.

    Un sospiro di sollievo per Luce, quando arrivò la ricreazione.

    Rosa era uscita di classe, probabilmente per andare in bagno; frugò nella borsa, prendendo i suoi fogli di “Mirror”, il manga dei suoi sogni.

    Accese il suo walkman, mettendosi gli auricolari alle orecchie, appuntò la matita e riprese a disegnare.

    Il resto dei compagni di classe, ovviamente, la ignorava, o peggio, faceva altri commenti acidi e perfidi nei suoi confronti.

    -Ecco la disadattata che riprende a disegnare…-

    -Ma non fa altro nella vita? Dovrebbe pensare più a curare il suo aspetto che a quella roba…-

    -Non avrà mai un ragazzo se continua così…-

    Per fortuna Luce aveva gli auricolari; avrebbe evitato di piangere, di nuovo.

    Per le sue passioni, per il suo aspetto, veniva respinta da tutti; praticamente era costretta a stare sola. Non le sarebbe dispiaciuto avere amici, persone con cui condividere le proprie passioni.

    Se solo avesse udito: -Ehi, cos’è? Il club della disadattata?-

    Si accorse troppo tardi che Rosa era tornata dal bagno: aveva un libro in mano, “Fosca” di Igino Ugo Tarchetti.

    Una scelta un po’ particolare. Non era il classico libro fantastico in voga quell’anno, quindi Luce dedusse che anche a Rosa piacesse andare contro corrente.

    Fosca”… un classico. Avevano sempre il loro fascino, dopotutto. “Come biasimarla?” pensò, sorridendo lievemente, dietro la sua massa di capelli.

    Il resto della giornata passò in fretta.

    Alcuni ragazzi erano già pronti da un quarto d’ora, ansiosi di uscire dalla classe.

    Luce non rientrava in quella categoria, ma era ugualmente fra i primi ad uscire.

    Doveva correre al bar dove lavorava da quasi un mese. Era a metà strada tra la scuola e casa sua. Salì su primo autobus che passava. Sapeva che passava da quelle parti.

    Per fortuna trovò un posto a sedere; mangiò in fretta un panino. La Nutella le diede la carica che le serviva.

    “Non devo permettermi alcuna distrazione…” pensò “Ho bisogno di questo lavoro…”

    Scese dopo quattro fermate: dopo aver attraversato un incrocio si trovò di fronte al bar “Eden”.

    Era un bar modesto, ma la clientela era discreta.

    Il proprietario era un ragazzo di ventinove anni, Apollo, che lo gestiva insieme alla fidanzata Cassandra.

    Entrambi sembravano essere usciti da un gruppo punk: avevano vari piercing sul volto. Apollo, inoltre, aveva il dilatatore del lobo su entrambe le orecchie. Avevano entrambi i capelli corti, ma Cassandra li aveva rasati solo da un lato, mentre Apollo aveva la sfumatura alta, costantemente acconciati con il gel. Quel giorno li aveva dietro.

    -Ciao, Luce!- salutò lei, mentre sistemava delle bottiglie sugli scaffali -Di nuovo in anticipo di cinque minuti…-

    -Ho sempre il timore di arrivare in ritardo, Cassandra.- si scusò Luce, facendo un lieve inchino di saluto, tenendo stretta la presa sulla borsa, come per timore che le scivolasse dalle mani.

    La giovane ridacchiò, asciugandosi le mani.

    -Oh, quanto vorrei che gli altri dipendenti fossero come te.- commentò, divertita -La tua divisa è pronta nello spogliatoio, come sempre. Cambiati pure con calma.-

    Luce lasciò la borsa nel suo armadietto, da cui prese la sua divisa da barista: era una semplice polo bianca con i lati neri e una gonna nera, con dei collant neri e delle bamboline nere.

    Appena si sistemò la gonna, si legò il grembiule bianco ai fianchi.

    Se solo avesse avuto una cuffietta, sarebbe stata simile ad una maid giapponese.

    Erano le 14:30 quando era entrata nel bar: il suo turno sarebbe finito alle 17:30.

    Appena uscita dallo spogliatoio, si incrociò con Apollo, che la salutò amichevolmente.

    I suoi datori di lavoro sembravano aggressivi, ma erano brave persone e sapevano essere simpatici.

    A Luce piacevano: piano piano si era affezionata a loro, ma non tanto da considerarli amici.

    Dieci minuti dopo arrivarono altri due ragazzi, anche loro dipendenti dell’Eden, leggermente più grandi di lei.

    Fino al termine del turno fece quello che aveva sempre fatto da un mese: lavorare dietro il bancone o servire le bevande ai tavolini. Odiava interloquire con le persone anche se si trattava di dire il prezzo, ma quel lavoro le serviva per aiutare la madre a pagare le bollette, l’affitto e la spesa.

    Un’altra cosa che odiava era avere i suoi compagni di banco come clienti.

    -Allora… io prendo un caffè. No, anzi, un tè freddo. No, un tè caldo!- dicevano ogni tanto, per farla confondere. No, volevano proprio farla delirare e farle perdere la pazienza, per costringerla ad urlare e poi chiamare i proprietari con la scusa che una dipendente non stava rispettando i suoi doveri.

    Ma Apollo e Cassandra conoscevano bene la situazione. I primi tempi rimproveravano Luce per i suoi scatti d’ira contro alcuni clienti, ricordandole che il cliente aveva sempre ragione.

    La ragazza aveva provato a difendersi, ma era tutto inutile. Decise di sopportare tutto in silenzio,

    Per fortuna, Cassandra, un giorno, era presente al banco e capì tutto: Luce non si arrabbiava senza motivo. Erano proprio i clienti che facevano cadere le cose di proposito, per poi farle i dispetti o farla esasperare con le ordinazioni. Scoprì, inoltre, che quei clienti erano tutti compagni di classe di Luce.

    Più volte lei e Apollo li avevano invitati a non entrare più nel bar, ma loro continuavano a venire.

    Il giovane aveva persino pensato di passare alle maniere forti, ma temeva per la sua attività.

    Ovviamente si scusarono con la ragazza, promettendole che i suoi compagni di classe non le avrebbero più dato fastidio.

    Questo finché erano nel bar. Una volta uscita da lì, Luce li ritrovava. La deridevano, a volte la picchiavano, minacciando di ucciderla se avesse osato urlare.

    -Ehi, Lucertola, il mio caffè a 40°, mi raccomando, altrimenti mi ustiono la lingua e come faccio a baciare il mio ragazzo?-

    Lucertola. Così la chiamavano tutti.

    Lei, reprimendo la sua rabbia, tornò al bancone, dando il foglio delle ordinazioni a Cassandra, per poi preparare i caffè con lei.

    Non venne versata alcuna tazza per terra, quando la mora tornò dai compagni di classe con le bevande.

    Tuttavia, una ragazza le fece lo sgambetto, facendola cadere sulle ginocchia e con lei il vassoio.

    Il gruppo rise.

    -Cos’è? Ora non riesci più a camminare su delle semplici bamboline?- rise la ragazza che le aveva fatto lo sgambetto.

    Apollo, per fortuna, intervenne.

    -Adesso basta, ragazzi!- esclamò, severo -State molestando una delle mie dipendenti! Se lo fate di nuovo, chiamo i carabinieri!-

    In realtà, voleva occuparsi della questione di persona. Ma, si sa, ora, in Italia, se osi anche toccare una persona, questa chiama la polizia e anche l’avvocato.

    L’unica alternativa sarebbe stata licenziare Luce, ma non se la sentiva di farlo. Era una ragazza così seria e ci metteva impegno nel suo mestiere. E poi, quei ragazzi sarebbero tornati comunque: erano clienti abituali  ancora prima che Luce lavorasse lì.

    -Sì, bla bla bla, lo dici sempre, ma poi non lo fai.- lo derise un ragazzo biondo con dei ciuffetti verdi sulla frangetta.

    -E poi, se inciampa sulle sue scarpe, non è colpa nostra…-

    -Non fare la furba…- minacciò Apollo, puntandole un dito contro –Ho visto che le hai fatto lo sgambetto.-

    -Io?! Fare lo sgambetto?! Non ci penso neanche! Mi rovino le scarpe! E poi, con lei… forse dovrebbe mandare via lei che noi.-

    Luce sentiva un dolore tremendo alle ginocchia, ma dovette trovare la forza per rialzarsi, se voleva continuare a lavorare. I primi tempi in cui lavorava e subiva umiliazioni di quel genere, se non si arrabbiava, piangeva, correndo verso lo spogliatoio, tra le risate dei suoi compagni. Questo aveva fatto insospettire Cassandra.

    Ascoltò solo parzialmente la conversazione tra Apollo e i suoi compagni di classe, ma non vi diede particolare peso. Tanto le cose sarebbero rimaste com’erano.

    Erano momenti in cui voleva farsi licenziare, ma resisteva, per sua madre.

    -Non dovresti farti trattare così.-

    Una voce fredda, ferma, severa.

    Ancora per terra, a gattoni, Luce guardò in alto: anfibi neri, calze nere, shorts di jeans, camicia a quadri…

    Rosa.

    Era sorpresa, ma, nello stesso tempo, non era sorpresa di vederla.

    Stava osservando, seria, la carta delle bevande.

    Riuscì a rialzarsi, lisciarsi la gonna e riprendere il vassoio.

    -Tu… tu sei quella nuova… giusto?- domandò, con aria quasi sospetta. C’era qualcosa in quella ragazza che non la convinceva. Forse per via del suo aspetto, del suo look dark, o del suo sguardo freddo.

    Rosa abbassò la carta, aggrottando le sopracciglia.

    -Non ci siamo rivolte la parola per tutta la mattinata e tutto quello che hai da dire è “Tu sei quella nuova?”?!-

    Quella risposta fece sobbalzare Luce. Non si aspettava una frase di quel tipo.

    Aprì la bocca, come per dire qualcosa, ma non uscì alcun suono da essa.

    Rosa strizzò di nuovo gli occhi scuri, prima di sbatterli e rilassare di nuovo le palpebre, ponendosi in posizione composta sulla sedia, come una nobildonna.

    -Dicevo che non dovresti lasciare che quelle persone ti trattino in quel modo.-

    Luce si voltò verso i suoi compagni: stavano continuando a parlare, a messaggiare sugli smartphone, a ridere… ma non la degnarono di uno sguardo.

    -Quelli…?- disse, sarcastica –Ormai non ci faccio più caso. Insieme, hanno il quoziente intellettivo di una scimmia. Non vale la pena sprecare fiato ed energie con gente come quella…-

    -Eppure non ti lasciano in pace.- fece notare Rosa, senza guardarla negli occhi –Dovresti dare loro una bella lezione, mostrare loro con chi hanno a che fare, dimostrare loro che non sei passiva alle loro offese nei tuoi confronti.  Più il muro è saldo, più la persona continua a dare testate, con la consapevolezza che non cadrà, ed è lì che insiste, insiste… anche a costo di rompersi la testa. Solo quando smette, riesce a scorgervi delle crepe.-

    La ragazza occhialuta aggrottò le sopracciglia e serrò le labbra: come si permetteva quella ragazza, una sconosciuta, tra l’altro, di dirle cosa fare? Era una cosa che Luce non aveva mai sopportato, che qualcuno le dicesse cosa fare. Addirittura si permetteva di parlare per indovinelli!

    -Stammi a sentire, tu!- esclamò, mettendo le mani sui fianchi –Come ti permetti di dire queste cose? Non mi conosci nemmeno e quindi non hai il diritto di giudicarmi! Chi ti credi di essere per farmi la morale?! Non hai alcun diritto di dirmi come vivere la mia vita! Quindi vivi e lascia vivere!-

    Cassandra, dietro al bancone, aveva assistito tutto un po’ allarmata, temendo che anche Rosa fosse una scocciatrice; anche Apollo era pronto ad intervenire, nel caso la situazione avesse preso una piega più grave. Ma i compagni di classe continuavano a parlare e a ridere. Non avevano fatto caso all’innalzamento di tono della secchiona della classe.

    Rosa non disse nulla, nemmeno si scompose o si sorprese al tono aggressivo della ragazza: era rimasta con il suo solito sguardo freddo e stoico.

    Tamburellò con il dito una volta, facendo uno strano movimento, allungandolo in avanti.

    Una delle ragazze del tavolo di fronte, la stessa che aveva fatto lo sgambetto a Luce poco prima, stava avvicinando la tazzina del caffè alle sue labbra, quando, improvvisamente, la tazzina quasi le scivolò dalle dita. Il caffè si rovesciò tutto, centrando in pieno la camicetta viola.

    -NOOO! LA MIA CAMICETTA NUOVA!- si lamentò la ragazza, Michela, guardando la macchia come se avesse avuto di fronte un’orda di demoni –Non posso andare al pub, stasera, conciata così! Dovrò comprarne un’altra!-

    Luce e Rosa ridacchiarono a quella scena, soprattutto per le imprecazioni che seguirono.

    -Hai visto?- disse la prima, rivolgendo alla seconda uno sguardo vittorioso –Poi arriva sempre la punizione per quelli come loro…-

    -Sei davvero sicura che sia stato un caso…?-

    La ragazza occhialuta cambiò di nuovo bruscamente umore: un’altra risposta che l’aveva lasciata di sasso.

    Decise di nascondere il suo stupore con il sarcasmo.

    -Certo…- disse, leggermente titubante –Può succedere che a qualcuno scivoli tra le dita una tazzina di caffè, specie se si ostinano a farsi fare le unghie lunghe, finte, per giunta.-

    -E di questo ne sei assolutamente certa…?-

    Di nuovo quello sguardo. Freddo, nonostante gli occhi dal colore caldo. Quasi inquietante, come se le stesse leggendo dentro, nella sua anima e cercare i suoi segreti e pensieri più reconditi.

    Luce cominciò a farsi un milione di domande sulla sua compagna di banco.

    -Ehi, Lucertola! Portami un altro caffè!- esclamò Michela, facendola quasi sobbalzare.

    Rosa riprese a leggere la carta delle bevande.

    -Comunque… prendo una cioccolata bianca vanigliata con panna.- chiese, indicando con il dito ciò che aveva richiesto.

    Era tornata “normale”, concludendo bruscamente il discorso di poco prima.

    Luce, con un movimento quasi scattoso, lo annotò nel taccuino.

    -Sì, arriva subito.-

    -Aspetta.- la fermò la ragazza dark; si mise una mano in una tasca, estraendo una banconota da cinque euro –Pago ora. E il resto tienitelo come mancia.-

    Era già capitato che alcuni clienti pagassero in anticipo e suggerissero a Luce di tenere il resto come mancia, ma, nella sua parlata, nel suo tono freddo e severo, Rosa aveva come il potere di far basire chiunque anche per la più futile delle sciocchezze.

    Luce, infatti, prese la banconota senza dire una parola. Diede la comanda a Cassandra e mise la banconota nella cassa.

    Mentre attendeva la cioccolata e il caffè, osservava Rosa: aveva ripreso a leggere “Fosca”, lo stesso libro che aveva letto in classe, durante la ricreazione. C’era qualcosa in lei che la inquietava, ma, nello stesso tempo, la affascinava. Appariva come una ragazza qualunque, eppure non era come le altre ragazze. Così fredda, ombrosa, seria, solitaria… Anche lei sembrava un personaggio di un manga. Si chiedeva se definirla tsundere (come Luce stessa), kuundere o himedere. Oppure, perché no? Una yandere. Ne aveva tutta l’aria…

    -Ecco la cioccolata per il tavolo 4, Luce. E il caffè per il 3.-

    La voce di Cassandra fece cadere la ragazza dalle nuvole.

    Sul vassoio c’erano due tazze, una grande e una piccola. Decise di portare prima il caffè alla compagna di classe, che non la ringraziò nemmeno. Stava per portare la cioccolata a Rosa, quando subì un altro sgambetto da Michela.

    Luce cadde di nuovo, e con lei il vassoio. Per un attimo temette che anche la tazza della cioccolata si sarebbe rotta, e tutta la cioccolata si sarebbe rovesciata sul pavimento, sporcandolo completamente.

    Ma non udì alcun “crash!”.

    Alzò di nuovo lo sguardo: Rosa aveva preso la tazza per il manico. Stava solo scendendo una piccola goccia bianca sulla superficie.

    La ragazza dark sorrise in modo soddisfatto.

    -Salva, a quanto pare…-

    Luce era più stupita di prima, come i compagni di classe, che, naturalmente, si aspettavano l’ennesima umiliazione di Luce Viola.

    Si rialzò, con le sopracciglia talmente alzate che quasi toccavano l’attaccatura dei capelli.

    -Co-come… come hai fatto?!- balbettò –Nessun essere umano può fare una cosa simile. Il vassoio mi stava cadendo e la tazza era inclinata…-

    -Ho solo avuto molta fortuna.- tagliò corto Rosa, cominciando a bere la cioccolata; dei baffetti di panna apparvero sopra le sue labbra, appena allontanò la tazza.

    Luce non sembrò bere la storia: guardò la compagna di banco con sospetto. La fortuna non c’entrava. O forse sì? Non era possibile che avesse i riflessi così veloci. Era una cosa da supereroi. O da maghi. E se fosse stata coinvolta un qualche tipo di magia?

    “Nah! Ma cosa vado a pensare?” pensò, scuotendo la testa, e con essa i suoi lunghi capelli neri; tornò al bancone “Sto leggendo troppi manga…!”

    Apollo aveva assistito alla scena; dello sgambetto, non della cioccolata. Uscì dal banco e si avvicinò minacciosamente al tavolo 3.

    -Fuori! FUORI!- esclamò.

    Uno dei ragazzi, Daniele, lo osservò con aria pigra da sotto il cappellino blu.

    -Cosa vuoi, bro?- disse.

    -Via da questo bar!- tuonò di nuovo il giovane, indicando l’uscita –VIA! O è la volta buona che chiamo i carabinieri!-

    Il primo istinto dei ragazzi fu quello di non ascoltare il barista e restare al tavolo; Daniele si alzò. Era alto quanto Apollo.

    -Senti, bro, datti una calmata, ok? Tanto le tue minacce non fanno più paura e non puoi neanche toccarci, perché siamo minorenni, quindi…-

    Non finì la frase, che si incamminò verso l’uscita senza pensarci due volte, scese le scale e girò a destra.

    Il resto del gruppo rimase come stupito; anche Apollo fu sorpreso da quella reazione. Di solito scattava la rissa verbale che durava per più di un’ora, ma quel giorno sembrava che Daniele non avesse voglia di litigare.

    -Ehm…- disse un ragazzo dalla carnagione olivastra e i capelli completamente rasati, basito dal comportamento dell’amico –Dani è andato via. Andiamo anche noi?-

    Approvarono tutti, con il suo stesso, identico stato d’animo, prima di uscire anche loro dal bar.

    Apollo era sempre più basito, anche Cassandra, Luce e gli altri due camerieri.

    Si voltò verso la giovane dipendente.

    -Stai bene, Luce? Ti sei fatta male?- domandò gentilmente, prendendole le spalle; la ragazza fece timidamente “no” con la testa –Hai visto? Oggi è bastata una mia minaccia per cacciarli via.-

    -Evidentemente si sono ricordati che devono studiare per l’interrogazione di domani…- ironizzò lei, ridacchiando. Anche il suo datore rise, prima di darle due leggere pacche su una spalla.

    -Farò in modo che non ti diano più fastidio, promesso.- promise, prima di tornare dietro il bancone.

    Luce era lieta che una persona come Apollo prendesse le sue difese, ma da quando lavorava lì non faceva altro che fare quella promessa senza poi fare niente. Questo la scoraggiò un poco.

    -Non ti daranno più fastidio.- disse Rosa, prima di bere l’ultimo sorso di cioccolata.

    La ragazza occhialuta sospirò dal naso.

    -Per ora.- mormorò –Ma appena metterò piede fuori…-

    -Non ci saranno. Non oggi.- tagliò corto la compagna di banco.

    Luce si voltò di nuovo verso di lei.

    -E tu come fai a dirlo?- domandò, brusca e quasi sgarbata. Ma Rosa non se ne curò. Anzi, si alzò e prese la sua borsa.

    -Chiamalo intuito.- disse, prima di assumere uno sguardo pensieroso –Allora, ho già pagato… sì, non devo fare altro. Beh, meglio che torni a casa. Anche tu, appena tornata a casa, meglio che ti metti a leggere approfonditamente “Dialogo della Natura e di un Islandese”. Leopardi è davvero complicato da analizzare, se non lo si conosce bene…-

    Di nuovo quell’insolenza… questa volta Luce aggrottò lievemente le sopracciglia, limitandosi ad annuire.

    -Sì… certo…-

    Rosa era diretta verso l’uscita, quando, improvvisamente, si fermò.

    -Solo un’ultima cosa…- sussurrò, voltandosi verso la ragazza, con aria più fredda di prima, quasi minacciosa –Tu credi nella magia?-

    Quella domanda la colse definitivamente alla sprovvista.

    “Ma che razza di domanda è?!” pensò, scioccata.

    Ripensò, però, a quanto aveva già pensato pochi minuti prima: che davvero fosse coinvolta la magia? Magari anche per mandare via Daniele?

    Assurdo. Quello era il mondo reale, non il mondo di un manga o di un anime.

    -Che domande!- fu la risposta, con aria stranita –Certo che no!-

    La ragazza dark inclinò leggermente la testa, socchiudendo lievemente un occhio.

    Storse la bocca.

    -Fai molto male, Luce… fai molto male…-

    Le diede le spalle e uscì dal bar, senza dire altra parola.

    Luce sentì il suo cuore battere a quella risposta. Ma non per la risposta stessa, ma per come era stata detta.

    Come un sibilo. Come un serpente.

    “Che razza di ragazza mi è capitata per compagna di banco?” pensò, deglutendo; ebbe come l’impressione che la sua asma stesse tornando “Ma da dove è uscita? Da un manicomio?”

    Magia… assurdo.

    Tre ore, per fortuna, passarono in fretta.

    Luce si sentì sollevata nel poter indossare nuovamente la sua tuta viola. Riprese la borsa, salutò Apollo e Cassandra, dandosi appuntamento al giorno seguente, e uscì dal bar “Eden”.

    Nessuno.

    Sorprendentemente, non trovò nessuno dei suoi compagni ad “attenderla”.

    Forse l’istinto di Rosa aveva ragione. O era solo un caso.

    Luce preferì credere alla seconda opzione.

    Tutto quello che voleva era tornare a casa e restarci fino al giorno seguente.

    Prese il bus delle 17:40, scendendo, poi, alla fermata che si trovava a pochi passi dalla palazzina dove stava il monolocale di Luce e sua madre Bianca.

    Entrò in casa con un sospiro di sollievo. Nessun incontro “sgradevole” per la strada. Era finalmente a casa, al sicuro dai pericoli del mondo esterno.

    Non c’era rifugio più perfetto per lei.

    Bianca non era ancora tornata a casa: solitamente tornava da lavoro verso le 19:30.

    La prima cosa che fece Luce fu sedersi di fronte al tavolo e prendere il libro di italiano, aprendolo sul testo che doveva studiare per il giorno seguente.

    “Tu dei sapere che io fino dalla prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano;”

    Luce si stirò la schiena.

    -E non solo allora, caro Leopardi…- mormorò, sorridendo lievemente –Non solo allora.-

    Rivide se stessa in quelle poche righe: costantemente circondata da persone vanesie in continua lotta per sembrare l’una più bella dell’altra. Davvero non era cambiato molto dall’Ottocento, specialmente la stolta mentalità umana.

    Si sentiva più o meno come Leopardi, solo senza la gobba.

    Alle 19:55 la porta del monolocale si aprì di nuovo: Bianca.

    I lunghi capelli albini, raccolti con una pinza, erano quasi arruffati, come fosse reduce da una corsa, o, comunque, fosse stata sotto sforzo.

    Infatti, ai suoi piedi c’erano due borse della spesa.

    -Ciao, tesoro!- salutò, appena la figlia –Com’è andata la tua giornata? Spero meglio della mia. Comincia ad apparecchiare, che io preparo cena.-

    Come al solito, la cena di madre e figlia consistette in un piatto semplice: petto di pollo alla griglia e patate lesse.

    -Comunque a scuola è andata bene. Ho preso 10 al compito di matematica.- raccontò Luce, sorridendo.

    -Brava la mia bambina. Sono fiera di te.-

    -Ah, e ho una nuova compagna di classe.-

    Bianca alzò le sopracciglia.

    -Davvero? Come si chiama? E’ simpatica?-

    -Si chiama Rosa Oscura, viene da Firenze ed è mia compagna di banco, ma non ci siamo rivolte la parola per tutto il giorno. E’ molto chiusa e sta sempre sulle sue…-

    Se la loro fosse stata una situazione normale, Bianca avrebbe esatto che la figlia avesse delle amicizie, ma le circostanze imponevano altro…

    Dopo cena, madre e figlia guardarono un po’ di televisione, come facevano ogni sera, dopodiché Luce si andava a fare la doccia e rinfrescare la tinta nera dei suoi capelli, se non voleva che il mondo intero vedesse il suo vero aspetto. Non sapeva se la sua “genesi di Alexandria” fosse un pregio o una maledizione. L’aveva sempre vista come una maledizione, come la “chiave” della sua diversità. E, soprattutto, la causa del continuo malumore di sua madre, ogni volta che la guardava negli occhi.

    -E’ come se rivedessi tuo padre! Avete lo stesso maledetto colore degli occhi!- soleva dirle, quando era piccola.

    Suo padre… perché aveva abbandonato lei e Bianca? Dove si trovava?

    Odiava il colore dei suoi occhi: perché non poteva essere come le altre ragazze? E Rosa… lei era una ragazza normale, esteriormente. Ma nello stesso tempo era diversa dagli altri.

    Forse non basta essere esteticamente “normali” per essere accettati nel mondo… questo pensava Luce, mentre l’acqua lavava via la tinta nera dei suoi capelli viola.

    Come suo solito, prima di andare a dormire, continuò a lavorare su “Mirror”.

    Ma i suoi pensieri erano continuamente rivolti verso Rosa.

    Fai molto male, Luce… Fai molto male…

    Quella voce sibilante era entrata nella sua testa. Dei brividi percorrevano lungo la sua schiena, mentre ci ripensava.

    Cosa voleva dire con “Credi nella magia?”?

    Era forse una pazza?

    Senza che se ne accorgesse, l’orologio suonò le 4:30 del mattino. Aveva di nuovo disegnato e studiato fino a tardi.

    Le palpebre si facevano sempre più pesanti, quindi si arrese alla stanchezza e prese posto accanto alla madre, nel lettone.

    Ma la voce di Rosa continuò a riecheggiarle nella mente, disturbandole i sogni.

    Fai molto male, Luce… Fai molto male, a non credere nella magia…

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